Nonostante alcune Regioni si stiano muovendo, sia autonomamente che con l’ausilio delle associazioni dei tartufai, sul fronte della difesa e del miglioramento degli ecosistemi tartufigeni, stiamo assistendo ad un progressivo quanto inesorabile depauperamento delle tartufaie naturali.
Molteplici sono i fattori che hanno favorito e favoriscono tuttora questo processo.
Il fenomeno ha avuto inizio negli anni ‘60 – ‘70 con l’esodo di massa delle popolazioni rurali, con il conseguente abbandono di quelle terre così dette marginali, localizzate per lo più in collina e nella bassa montagna, dove il tartufo trova la sua massima diffusione. Parallelamente, una agricoltura di tipo industriale, supportata da mezzi meccanici sempre più grandi e potenti, ha contribuito a stravolgere l’ambiente rurale, in particolare con la sistematica eliminazione di alberi tartufigeni singoli o in filari, che costituivano delle importanti e caratteristiche tartufaie naturali. Oltre a questo, anche altre opere come le bonifiche, la regimazione delle acque, la costruzione di dighe etc. hanno prodotto simili risultati.
TartuficolturaPer questi motivi sono stati abbandonati a se stessi, e quindi ritirati dalle coltivazioni, piccoli appezzamenti di terreno dei quali non è più conveniente o addirittura, in alcuni casi, quasi impossibile effettuare alcun tipo di coltivazione meccanizzata, producendo nel giro di dieci – quindici anni una ricolonizzazione naturale da parte di alberi e arbusti o comunque un rinfoltimento di queste superfici da specie prima arbustive come il rovo, la vitalba, il prunus sp., la ginestra etc., e poi un inizio di insediamento di specie arboree come le querce, i carpini, i noccioli, i pini etc., producendo un ottimo rifugio naturale a specie animali quali cinghiale, capriolo ed altri.
Sin dagli anni ‘90 inoltre, è aumentato in maniera considerevole il territorio destinato alla protezione delle specie selvatiche, parchi nazionali e regionali, oasi di protezione, riserve naturali, questo ha prodotto un esagerato aumento di animali ghiotti di tartufi quali l’istrice, il tasso e soprattutto il cinghiale il quale non si limita soltanto a sottrarre il prodotto al tartufaio e quindi al mercato, ma nella sua ricerca danneggia sempre la tartufaia e spesso la distrugge in modo irreparabile.
Negli ultimi anni come se non bastasse si è registrato un altro fenomeno altrettanto preoccupante, che è quello dei cambiamenti climatici, con un evidente aumento delle temperature medie accompagnato da periodi fortemente siccitosi con conseguente significativa perdita di prodotto.
Infine, l’aumento anche esagerato di cercatori di tartufo con cani sempre più selezionati e quindi più bravi, con conseguente asportazione totale del prodotto, sta mettendo in serio pericolo la sopravvivenza delle tartufaie naturali.Coltivazioni Tartufo
È possibile ovviare a tutto ciò solo con la tartuficoltura.
L’Italia, pur essendo il primo paese produttore di tartufi al mondo, e quasi unico produttore di tartufo bianco, in questo campo è il fanalino di coda; paesi come la Francia e la stessa Spagna, che hanno tradizioni tartuficole molto più recenti, sono davanti a noi. In Francia si stima che il 90-95% del prodotto immesso nel mercato derivi da coltivazioni. La Spagna ha realizzato migliaia di ettari di tartufaie coltivate, soprattutto di nero pregiato (Tuber melanosporum Vitt.) grazie ad un’organica e peculiare progettazione governativa e già grazie a ciò sta producendo quantità superiori a quelle italiane. Altri paesi europei come l’Ungheria ed anche la vicina Svizzera, si stanno seriamente muovendo in questa direzione.
Nel mondo poi, ci sono alcuni stati che hanno iniziato questo percorso da una ventina di anni con ottimi risultati e sono principalmente la Nuova Zelanda e la California, tanto è vero che anche in Europa arrivano tartufi neri pregiati nei mesi di luglio e agosto. Questo perché si sta parlando di stati con stagioni climaticamente opposte.
Questa materia, peraltro non nuova, va tenuta in alta considerazione, poiché crediamo sia di grande aiuto per garantire delle buone quantità di prodotto negli anni futuri. I tartufi essendo funghi ipogei simbionti, per vivere hanno bisogno di un partner (quasi sempre di una pianta-superiore) pertanto per la loro coltivazione sarà indispensabile piantare un albero preventivamente micorrizato. Questa materia nel nostro paese, non chiaramente disciplinata dal legislatore, è stata offuscata da ditte produttrici di piantine, che senza tanti scrupoli, approfittando della buona fede ed anche dell’ignoranza di alcuni cittadini, hanno fatto mettere a dimora materiale poco e male micorrizato, in terreni non idonei e per giunta a costi esorbitanti. Da qui sono scaturiti alcuni insuccessi, a fronte però anche di tanti successi, alcuni dei quali anche eclatanti. Stiamo parlando principalmente della coltivazione dei tartufi neri: T. melanosporum Vitt., T. aestivum Vitt., T. unicinatum Chatin, T. albidum Pico.
Le produzioni di carpofori, riferite ad ettaro per le principali specie di tartufo coltivabili, sono molto variabili e di difficile quantificazione. Non esistono dati attendibili certi e soprattutto validabili in generale, poiché ogni ambiente risulterà sempre diverso da un altro, ogni annata ha la sua storia meteorologica particolare ed ogni conduttore usa una sua tecnica specifica. Certamente, se abbiamo la disponibilità di acqua e di un impianto di irrigazione fisso, le probabilità di successo saranno superiori e le produzioni sicuramente raddoppiate o triplicate rispetto ad una coltura asciutta. Ma anche disponendo di impianto di irrigazione, non esistono al momento degli standard quantitativi, poiché se un terreno è molto ricco di scheletro, poco profondo, quindi drenante, un’irrigazione a pioggia con la quantità di circa 20 mm distribuita nell’arco di 4-6 ore in assenza di precipitazioni naturali, va ripetuta nel periodo più caldo (luglio-agosto) ogni 7-8 giorni. Al contrario, se trattasi si un terreno profondo, sabbioso-limoso con presenza di sostanza organica, con la stessa quantità di acqua possiamo ripetere l’irrigazione ogni 12-15 giorni.
Coltivazione di TartufiSoprattutto l’esperienza e la conoscenza personale ci porta ad asserire che le maggiori produzioni si sono ottenute con il Tuber melanosporum, con la quantità di circa 150kg per ettaro, che diventano 120/140 per il Tuber aestivum e 40/50 per il Tuber albidum, sempre disponendo di impianto di irrigazione. Sono alcuni esempi di una razionale tartuficoltura, sicuramente eseguita in terreni vocati, con possibilità d’irrigazione, usando la specie di tartufo adeguata, con piantine molto ben micorrizate esenti da funghi antagonisti inquinanti.
Nelle ultime due stagioni di raccolta 2011/2013, forse le più deleterie degli ultimi 60 anni, abbiamo constatato che tutti i tartufi di nero pregiato immessi nel mercato sono stati prodotti da coltivazioni ed in particolare da quelle dotate di impianto di irrigazione. Preme qui ricordare come nelle tartufaie naturali l’irrigazione, a parte casi sporadici, risulti di difficile applicazione, in quelle coltivate rappresenta un sorta di condicio sine qua non.
Ribadiamo che quanto sopra esposto trova difficile applicazione per il tartufo bianco: questo tartufo ha delle esigenze ecologiche molto particolari, difficilmente riproducibili artificialmente, le sue spore inoltre germinano con difficoltà e le micorrize prodotte, spesso inspiegabilmente, risultano dall’esame del DNA riconducibili a forme di T. albidum, tutti fattori questi che fanno al momento ritenere poco conveniente e rischiosa la sua coltivazione, pur riscontrando alcuni successi; pochi e forse più legati alla casualità che ad una vera tecnica di coltivazione estendibile in larga scala.

Diamo ora alcuni suggerimenti pratici per la realizzazione di nuovi impianti, al fine di ottenere un maggior successo:

  • Verificare la vocazionalità tartufigena della zona presa in considerazione.
  • Analisi chimico-fisica del terreno oggetto dell’intervento.
    Tutti i tartufi in generale prediligono i terreni spiccatamente calcarei, quindi con un ph generalmente compreso tra 7 e 8 e una buona presenza di CaCO3 (calcare). Il più esigente in assoluto di questi parametri risulta essere il tartufo nero pregiato, mentre il più tollerante è il tartufo bianchetto o marzuolo. Specificatamente nell’analisi andremo a ricercare naturalmente il ph, il CaCO3 totale ma soprattutto quello attivo, la capacità di scambio e anche la tessitura e granulometria.
  • Analisi eco-stazionali e vegetazionali.
  • Verifica del clima, dell’esposizione, della pendenza, dell’altitudine.
  • Verifica di approvvigionamento idrico per eventuale irrigazione (laghetto, pozzo, torrente).
  • Scelta della specie di tartufo, delle piante simbionti e del vivaio di approvvigionamento.
    In particolare, per quel che concerne l’acquisto di piante micorrizate, cosa estremamente importante insieme alla caratteristiche chimico-fisiche del terreno, è la giusta scelta del vivaio di approvvigionamento.
    Tra le tante ditte produttrici siamo in grado di dare consulenze e consigliare quelle che operano meglio nel settore. Onde evitare di incappare in aziende poco credibili e rischiare di non ottenere risultati anche dopo molti anni di attesa, si consiglia vivamente di contattarci anche per un semplice parere.
    Per la nostra personale esperienza possiamo asserire che gli impianti realizzati con piantine ben micorrizate hanno dato sin qui risultati eclatanti, arrivando anche al 99% di piante in produzione rispetto a quelle messe a dimora, con i primi risultati già a partire dal terzo anno dopo l’impianto.
    Precisiamo comunque che la piena produzione arriverà non prima del sesto, settimo anno, considerando le tante variabili che entrano in gioco (clima, altitudine, terreno, irrigazione, cure colturali, etc.).
  • Sesto d’impianto, progettazione dell’eventuale impianto di irrigazione e recinzione se necessaria.
  • Piano di coltura e gestione.
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